La strada lastricata, piegando verso sinistra dal centro di Adjohoun, si trasforma subito in una strada rossa, maltrattata dalle intemperie. Davanti a noi, più in basso, una distesa verde: stiamo scendendo verso il villaggio lacustre di Gangban.
Persone festanti accolgono il nostro passaggio, sorpresi e piacevolmente colpiti: sorpresi perché è tra loro un “yovo” (uomo bianco, io), cosa che ancora stupisce e che non mancano di sottolineare, ma piacevolmente colpiti perché indosso il vestito giusto per l’occasione, ovvero, cucito col tessuto della “Festa per lo sviluppo di Gangban” scelto quest'anno: un motivo geometrico a sfondo verde e vari bolli stampati che riportano frasi come “ensemble pour le développement de GANGBAN”, "dans l'union réside la force" e “la solidarité dans la fraternité”.
Questi eventi vengono definiti feste identitarie e ce n’è a centinaia (forse migliaia) in Bénin, un po’ come le sagre di paese in Italia. È, però, il luogo ad aver catturato la mia attenzione.
Se si parla di villaggio lacustre, infatti, viene in mente Ganvié, la "Venezia d’Africa", costruita sulle acque del lago Nokoué, con le sue palafitte tutto l'anno circondate dall'acqua, con barche e piroghe al posto delle moto. Invece, a Gangban, nell'alveo del fiume Wémé (od Ouémé), esistono una stagione delle moto e una delle piroghe, tra di loro molto differenti. Ci sono anche qui case su palafitte e altri edifici, come la scuola e la chiesa, costruiti su pilastri, ma capita che a volte quest’altezza non basti.
“A quanto sale l’acqua in piena stagione?”
“Ad agosto-settembre? Be’, vedi quel palo della luce?… Lo raggiunge e lo sorpassa di almeno la metà”.
Il riferimento è un palo della luce costruito appositamente per restare fuori dall'acqua il più a lungo possibile; l'uomo di una certa età, che sta raccontando, vive di pesca quando il fiume riprende volume, e parla di dieci-dodici metri, profondità alla quale si immerge lui stesso per posare e recuperare reti e nasse.
Faccio i miei conti: a spanne, a voler essere il più stretto possibile, supponendo (sicuramente sbagliando) che esageri come tutti i pescatori, e che parli dell'altezza massima vista nel corso della sua vita, con le dovute decurtazioni del caso, ci possiamo attestare intorno a una media più probabile di sette-otto metri, che rimane comunque inquietante.
Mi guardo intorno: in lontananza vedo il Centre de Santé; anche quello, nonostante il piano terra sia oltre un abituale primo piano, nella stagione delle piogge non è abbastanza. E non è, questa volta, il cambiamento climatico (sebbene colpisca in altri modi): è proprio così che si dipana l'annualità del villaggio. Adesso, che siamo nell’ultimo mese senz’acqua, si coltiva ancora la terra, poi, a fine raccolto, l’acqua inizierà a salire e, casa dopo casa, si comincerà ad abbandonare il villaggio, per spostarsi sulla terra ferma e prendere a visitare gli stessi indirizzi, questa volta sorvolandoli con la piroga, per pescare o per raccogliere la sabbia del fiume.
“Siamo immersi in un’acqua che non possiamo bere” mi dice la dottoressa Fagla, che combatte strenuamente da anni mantenendo attivo quanto più possibile il Centre de Santé, con la sua zona maternità e lo sportello di consultazione, che funge anche da Pronto Soccorso. “Abbiamo acqua a non finire, eppure dobbiamo andare sulla terraferma a recuperarne di potabile: quando possibile in auto, o in moto… a un certo punto, poi, in barca. Allo stesso modo si fa con le persone – sorride amara – compresi noi che tentiamo di tenere il Centro aperto fino all'ultimo”.
Tre mesi sott’acqua, eppure: non si vive di acqua, come dice la dottoressa Fagla, né si vive di orticultura quando il fiume si ritira, come mi spiega Nestor, né si può vivere di pesca, come mi mostra Martial, raccontandomi della gente che ha iniziato a raccogliere la rena dal fondale, piuttosto che pescare il pesce: ce n’è di più, non scappa, sembra infinita, appare innocua e viene pagata meglio o, quanto meno, più di frequente, poiché impiegata per fare laterizi.
In queste condizioni, il concetto di "sviluppo" inteso come cammino verso una stabile e duratura soddisfazione dei bisogni di base, diventa il fulcro centrale della comunità, che, per l'appunto, a ciò consacra il suo rituale identitario annuale.